LIBRI: Luna indiana

di William R. Cox

Il secondo libro che ho letto tra quelli comprati di getto a un mercatino appartiene alla serie dei Western Longanesi che, a suo tempo, uscivano ogni una/due settimane in edicola. Il titolo originale è Comanche Moon, ma non va confuso con l’omonima opera del più celebre Larry McMurtry.

Cox (1901-1988) è stato un prolifico autore di romanzi pulp, a basso prezzo e alto consumo. Scritto nel 1959 – ma pubblicato in Italia negli anni ’70 – richiama alla mente i film di genere usciti nelle sale in quel periodo, pur con alcune differenze.

La trama è di una semplicità disarmante: un gruppo di persone si ritrova in una stazione di posta della diligenza quando gli indiani comanche decidono di attaccarli. Da questa idea – non so neanche se chiamarla “idea”, dal momento che rispecchia eventi realmente accaduti ed è stata utilizzata svariate volte – prendono il via altri elementi che costituiscono il vero succo del romanzo. Innanzitutto, è evidente che giocando sul gruppetto assediato, è importante un focus sui personaggi. Così è. L’umanità, come nella miglior tradizione, è piuttosto variegata: il protagonista è un cacciatore di scalpi discretamente bruto; ad affiancarlo c’è un’ex prostituta che ora lavora alla stazione di posta e che vorrebbe sposarlo, salvo ricevere ripetuti dinieghi; ai due si aggiungono i due postiglioni della diligenza, un sergente di cavalleria, un fotografo della Georgia, un pistolero e giocatore di carte, un contadino dell’Est, la coppia che gestisce la stazione di posta, due inservienti (un messicano e un mezzo indiano) e due criminali cercatori d’oro.

Pierce – il cacciatore di indiani – ha un passato tragico: la sua famiglia è stata trucidata dai comanche, sua sorella violentata e poi piegata alla cultura indigena e sposata a un guerriero. Lui, vissuto con loro per anni, non si è mai adattato ed è riuscito a fuggire: ora il suo unico obiettivo nella vita è scotennare comanche e venderne gli scalpi al governo messicano. Centrale è l’ambivalenza che il lettore – e gli altri personaggi – si trova ad affrontare con la figura di Pierce: è violento, spietato, scalpare persone è inumano, eppure non si può non provare una certa empatia. Tutti sono combattuti: sanno che i comanche vogliono lui, intendono vendicare i loro caduti e c’è chi, nella stazione di posta, lo baratterebbe volentieri in cambio di un “lasciapassare” per il sud.

Pur nei limiti di un romanzo di serie B, l’approfondimento sul cast è buono: c’è chi è poco più che un “tipo fisso”, una macchietta, se vogliamo. Ma, nel complesso, penso sia riuscito. Le figure femminili, in particolare, sono centrali. Gloria, la donna (“la cagna”) di Pierce, vorrebbe cambiare vita e ci mette un attimo a provare attrazione – ricambiata – per l’agricoltore. Anche la moglie del proprietario della stazione di posta vuole lasciarsi alle spalle il marito rozzo e insulso, sentendosi bloccata in una vita misera e priva di soddisfazioni. La visione delle donne è abbastanza gretta: sono seduttrici, calcolatrici. Gloria sta con Pierce solo perché ha del denaro ricavato dagli scalpi e perché la desidera sessualmente, ma ci mette un attimo a sedurre un altro quando vede prospettive più rosee. Gli uomini, da parte loro, sono poco più che animali bramosi: certo, ci sono le belle intenzioni di una nuova vita, ma il desiderio verso “la donna d’altri” sorge in poche ore e non ci si fa praticamente scrupoli a portarle via con sé; Pierce, poi, vuole semplicemente un oggetto da possedere.

Il linguaggio del libro è semplice e asciutto, con frasi talvolta molto brevi e incisive. Non appassiona esageratamente, ma scorre piacevolmente e, sul finale, si percepisce un crescendo di tensione che spinge a voltare rapidamente pagina. Ho notato che i romanzi western tendono ad avere dei finali più agrodolci, amarognoli – realistici, se vogliamo – rispetto ai film western. O forse sarebbe più corretto dire “meno romantici”, meno circonfusi di alone poetico. Cox ha anche sceneggiato episodi di serie tv e film, quindi conosceva entrambi i mondi, quello su carta e quello su pellicola, e ha scelto di mostrare una realtà cruda e violenta.

Considerando che la narrativa di questo genere non mi ha mai appassionato eccessivamente, devo ammettere che questo librino di serie B mi è piaciuto “più che abbastanza” e che lo reputo un simpatico intrattenimento.

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LIBRI: Frontiera maledetta

di “Ellery Queen

Questo è il primo dei libri di cui parlavo la volta scorsa: Il Giallo Mondadori. Pubblicato negli Stati Uniti nel 1969 con il titolo Kiss and Kill, è uscito dalla penna di Ellery Queen. Quest’ultimo fu lo pseudonimo utilizzato dai cugini Frederick Dannay (1905-1982) e Manfred Bennington Lee (1905-1971), e pure questi nomi in realtà non sono quelli veri degli autori… Tuttavia, il romanzo in questione non fu davvero scritto da loro, ma semplicemente approvato, e ad esso venne appioppato il celebre nome. Il vero autore è il molto meno noto Charles W. Runyon (1928-2015). Ma bando agli aneddoti editoriali, vediamo di cosa parla!

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DELIRI GENERICI: Mercatini, scuse, spiegazioni, ecc. ecc.

Penso che molti blogger sappiano benissimo quale trappola possano essere i mercatini di libri: scaffali di volumi a prezzo ridotto, consunti per l’utilizzo dei precedenti proprietari, ma ancora piacevoli da leggere e, soprattutto, a un costo bassissimo. Quando ci si mette piede, è difficile uscirne a mani vuote.
Sebbene fossi andato lì nella speranza (abbastanza tenue) di trovare qualche perla epica come mi era già successo in passato, ne sono uscito con tutt’altro. Il mio genere preferito, infatti, non è stato rimpolpato come avevo debolmente auspicato e sostanzialmente il mio giro tra gli scaffali mi aveva lasciato con un nulla di fatto. Tuttavia, andarmene senza prendere niente – tanto più che si trattava di un mercatino di beneficienza – mi faceva sentire una brutta persona (ancora più brutta, intendo). Allora, le file di volumetti a basso prezzo hanno deciso per me.

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LIBRI: I salici

di Algernon Blackwood

Uno dei capisaldi del genere horror e della weird fiction, oggi Algernon Blackwood (1869-1951) è stato un po’ dimenticato, nonostante avesse ricevuto all’epoca l’apprezzamento di critici e altri autori e, ancora oggi, venga considerato un maestro della narrativa di genere.
Tra le sue numerose opere – tra le quali non escludo di recuperare ulteriori letture un giorno – The Willows (1907) è forse la più famosa ed elogiata. Si tratta di un racconto dell’orrore non molto lungo.

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LIBRI: L’età dell’innocenza

di Edith Wharton

Edith Wharton (1862-1937) è stata una affermata scrittrice americana che, pur pubblicando il suo primo libro a quaranta anni, divenne un’autrice prolifica e apprezzata, ottenendo il premio Pulitzer per quella che è, forse, la sua opera più famosa: The Age of Innocence (1920).
Nonostante, sulla carta, non fosse esattamente il mio tipo di libro, ho deciso comunque di leggerlo e devo ammettere che mi ha coinvolto. Precisiamolo: non è un testo che si affronta alla leggera o che mette un’incredibile smania di procedere con le pagine, ma ha numerosi pregi.

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VIAGGI: La Strada Romantica – Da Schongau a Füssen, Germania

Come promesso, concludo qui la mia serie di articoli sulla Strada Romantica, giungendo nella parte più meridionale della Baviera.

Schongau è un paesino poco sopra i 10.000 abitanti. A differenza di altri, ha un aspetto che mi è parso piuttosto “moderno” e mi ha dato l’idea di essere meno ricco di edifici storici. Il mio però, è quasi certamente un giudizio ingiusto, anche perché la città mi è comunque piaciuta e mi è parsa molto vivibile. L’elemento più degno di nota è la cinta muraria, non molto massiccia ma ben conservata e affiancata da alcune aree verdi. Anche diverse torri si ergono ancora in piedi, diverse per stile e in diverso stato di conservazione. Il centro è piccolo e caratterizzato da molti edifici che presentano affreschi alle pareti, elemento spesso presente in Baviera ma che qui spicca particolarmente. C’è perfino un castello, anche se questa definizione è forse eccessiva, diciamo un palazzetto.
Per fare uno spuntino mattutino, abbiamo preso un paio di pretzel in una panetteria non “turisticizzata” e si sono rivelati i migliori della vacanza! Purtroppo non ricordo il nome del locale…
A Schongau è ambientata la serie di romanzi de La figlia del boia.

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LIBRI: Fierabras e Floripas

Un’altra chanson de geste che sono riuscito a trovare! Inevitabilmente, nello scriverne non posso non fare accenni alla più celebre opera della “materia di Francia”, la Chanson de Roland. I testi appartenenti a questa famiglia di poemi, infatti, hanno spesso dei rimandi che danno un’idea di universo narrativo condiviso. Ecco, dunque, di cosa parla…

Fierabras è un principe musulmano, figlio di un emiro che domina sulla Spagna e molti altri territori. Floripas è la sua attraente sorella. Partendo da questi personaggi, l’anonimo autore della geste ci mostra la lotta tra cristiani e musulmani, franchi e mori.
Il testo inizia con un avvenimento mai accaduto storicamente, la distruzione di Roma da parte degli arabi (c’è una certa confusione tra arabi, saraceni, mori e via dicendo, ma credo che neanche gliene importasse), con tanto di furto di reliquie sacre e uccisione del Papa. Mostrando una conoscenza della geografia e dei tempi di viaggio abbastanza raffazzonata – o, più probabilmente, non dando peso a queste cose come non ne dava alle etnie degli infedeli – l’autore ci mostra come Carlo Magno e i suoi paladini vogliano lavare l’onta ed estendere l’impero cristiano in Spagna.

Ritroviamo i celebri nomi degli eroi franchi: Rolando, Oliviero, Ogier il danese, Naimon, eccetera. La storia è ambientata alcuni anni prima della battaglia di Roncisvalle, e ci sono riferimenti agli eventi futuri e al tradimento di Gano (Ganelon).
Ad avere il ruolo maggiore è Oliviero, che duella con Fierabras, lo sconfigge e lo spinge a convertirsi al cristianesimo (è spoiler, lo so, ma 1. era prevedibile, 2. è scritto già nell’introduzione, 3. non leggerete mai questo libro). Rolando fa più la figura dell’eroe impavido ma incosciente, mentre il ruolo di Fierabras diminuisce notevolmente dopo la seconda parte, quella del duello e della conversione. Nel frattempo, Floripas si innamora del paladino Gui e pure lei si converte (o fa apostasia, dipende dai punti di vista). Quindi, aiuta parecchio i cavalieri franchi contro i nemici.

Cosa trovereste in quest’opera? Stereotipi a palla: gli arabi adorano Maometto, Apollo e gli idoli, tipo Tervagante. Quindi stereotipi che pure non hanno fondamento nella realtà. Eserciti di centinaia di migliaia di musulmani provenienti dalle terre slave, mesopotamiche e berbere, perlopiù città dai nomi di pura fantasia. Improbabili tenzoni della durata di ore con perdite di ettolitri di sangue, colpi che tranciano in due una persona in verticale e cotte di maglia che si spaccano in continuazione. Plot twist decisamente prevedibili, eroismo inusitato, dialoghi buffi. E tutto questo è bellissimo.
C’è anche qualche particolarità. Oltre al già citato fatto che Oliviero > Orlando, c’è da dire che Carlo Magno, pur descritto come grande difensore della cristianità e figura eroica, se ne esce con alcune frasi o decisioni abbastanza pirla, venendo un po’ sminuito rispetto ad altre chansons. L’emiro nemico, comunque, è ampiamente sciocco, spesso pure macchietta.

Una delle migliori letture di quest’anno, per me. Non posso dargli le ipotetiche 5 stelline su 5 solo per via di alcune scelte narrative alquanto dubbie, pure per un testo come questo. Esempio: un moro vede undici soldati franchi che credeva prigionieri che invece sono liberi, armati e in compagnia di Floripas. Chiama aiuto? Si conquista la fuga con la spada? No, si mette a tirare la barba al più anziano di loro e lo minaccia di fare un gioco con lui, ovvero buttarlo nel braciere. Ma che-
Cioè, la cosa fa pure sorridere, ma è… troppo. Anche per una chanson.
In compenso, ci sono scene bellissime tipo quella del carceriere che dice a Floripas che non può farle vedere i prigionieri, se no suo padre l’emiro gliela farebbe pagare cavandogli gli occhi. Floripas prende una spranga e gliela abbatte sul cranio facendogli schizzare i bulbi dalle orbite e il narratore commenta “Così alla fine gli occhi li perse comunque”. Fantastico. E che donna.

Magari non potete capire come mai mi abbia appassionato tanto questo testo ma – oh – che posso farci? Alla prossima!

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VIAGGI: La Strada Romantica – Da Augusta a Landsberg am Lech, Germania

Terzo appuntamento con la Baviera e la Strada Romantica! Resistete ancora un pochino, che la prossima volta sarà l’ultima!

La prima tappa di oggi è Augusta (Augsburg), la città più grande del percorso (300.000 abitanti) e la terza del Land. Come già detto per Würzburg, trattandosi di una realtà estesa e articolata, è complessivamente meno bella dei piccoli paesini che abbiamo già visitato, ma ha il suo punto di forza nei singoli edifici storicamente significativi. Si tratta, forse, dell’unica realtà che definirei abbastanza multietnica tra quelle che ho girato, e che presenta alcune aree che trasmettono una vaga idea di degrado. Qui ho rinunciato a cercare un parcheggio gratuito e ho posteggiato alla City Galerie, ipermercato vicino al centro, per 1€ all’ora.

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LIBRI: I “Famosi Quaranta” di Oz

Ho già ampiamente parlato dei 14 romanzi ambientati nel mondo di Oz scritti dal suo creatore, L. Frank Baum. Come avevo accennato alla fine di quell’articolo, altri scrittori vennero successivamente incaricati di portare avanti le avventure in quel mondo fantastico: sono noti complessivamente come “gli storici reali di Oz” e 26 loro opere sono considerate “ufficiali”. Ho deciso di parlarvene un po’ perché ci sono stato dietro mesi per leggerle tutte, un po’ per completezza. Iniziamo con i primi 19…

Ruth Plumly Thompson (1891-1976) scrisse 19 di questi libri tra il 1921 e il 1939 ed è quindi l’autrice più prolifica. 

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VIAGGI: La Strada Romantica – Da Dinkelsbühl a Donauwörth, Germania

Rieccomi per una seconda carrellata di cittadine bavaresi che ho visitato nel mio tour! Probabilmente vi siete già stancati di questa roba, ma sono tipo da farsi problemi?
Ripartiamo verso sud, a circa 40 minuti di auto da dove eravamo rimasti la volta scorsa.

Dinkelsbühl è celebre per la sua cinta muraria che circonda interamente il centro storico e, soprattutto, per le sue tredici torrette che ne punteggiano il perimetro. La cosa curiosa è che queste torrette non sono uguali tra loro, ma presentano ciascuna uno stile differente. L’abitato è bellino, contraddistinto – anche in questo caso – da case a graticcio dal tetto a punta (chissà che sottotetti enormi che devono avere da queste parti). L’uso indiscriminato delle auto nel centro, però, toglie un po’ di fascino all’atmosfera raccolta, sebbene sia comprensibile per questioni di comodità dei cittadini. Segnalo la Casa dell’Ordine Teutonico, che però è piuttosto mediocre, sebbene sia una curiosità storica. E poi ci sono le immancabili chiese: St. Georg, cattolica, e St. Paul, protestante.
Per chi, come me, vuole barboneggiare, i parcheggi gratuiti sono ampiamente disponibili nei parchi a ridosso delle mura.
Segnalo una curiosità per i cinefili, scoperta su Wikipedia: qui è stato girato il film L’enigma di Kaspar Hauser.

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