LIBRI: L’orrore indescrivibile di H. P. Lovecraft

Un libro che mi ha accompagnato per buona parte di quest’anno è la raccolta completa delle opere di Lovecraft (1890-1937), celebre scrittore di Providence che è assurto ad autore cult dopo la morte.
L’edizione che ho letto è quella della Newton&Compton che, oltre a contenere tutti i romanzi e i racconti, presenta anche i testi poetici, alcuni saggi e uno stralcio dell’epistolario. Nonostante alcuni refusi e un paio di difetti nell’edizione ebook, il suo valore quanto a raccolta il più comprensiva possibile è innegabile.
Non saprei dire perché abbia deciso di leggere l’opera omnia, dato che era un autore che mi interessava, ma probabilmente non fino a questo punto. Tuttavia, è accaduto proprio ciò, anche se la lettura del voluminoso tomo è stata intervallata da numerose altre nel corso di mesi.
Capirete, quindi, la mia difficoltà a commentare in un articolo solo tutti questi racconti e romanzi, anche variegati per tematica. Non posso certo analizzarli uno per uno, ma devo dare un’idea complessiva. Ci proverò.

Non c’è dubbio che l’ambito in cui Lovecraft amava di più muoversi fosse quello del fantastico e dell’orrido. Le sue opere contengono spesso una mescolanza di elementi horror, fantasy e fantascientifici. Quasi sempre, alla base c’è l’idea che i confini tra mondi diversi siano sfumati e che queste realtà possano venire in contatto. Nei suoi testi che appartengono al cosiddetto “ciclo dei sogni”, ad esempio, esiste la possibilità di trasferirsi in una realtà onirica che si può raggiungere durante il sonno. Solo le persone più sensibili o aperte verso l’ignoto sono in grado di farlo e si ha la sensazione che Lovecraft cercasse di mettere su carta un suo desiderio nascosto, quello di sfuggire a una realtà opprimente e grigia. Alcuni di questi racconti – ma anche altri – sono nati proprio durante i sogni, che lo scrittore aveva la capacità di ricordare molto dettagliatamente, cercando poi di rendere al meglio le sensazioni provate.

La bellezza calma e durevole è propria solo dei sogni, e il mondo ha rinunziato a questo conforto quando nella sua adorazione del reale ha abbandonato i segreti dell’infanzia e dell’innocenza.
[La chiave d’argento]


Randolph Carter, protagonista di cinque storie di questo ciclo, è forse un alter ego dell’autore e compare anche nel romanzo La ricerca onirica dello sconosciuto Kadath, che è probabilmente il più noto tra quelli ambientati nel mondo del sogno. Anche altri testi, più brevi, hanno una notevole potenza evocativa. Alcuni di questi potrebbero entrare tra i miei preferiti di Lovecraft, in particolare un paio che hanno un retrogusto amaro: Polaris e La ricerca di Iranon. Contengono un misto di rimpianti, malinconia, desiderio che non possono lasciare indifferente il lettore.
Alcuni racconti presentano solo accenni o riferimenti ad una realtà onirica. Tra questi, La casa misteriosa lassù nella nebbia è un tipico esempio di timore dubbioso e paura strisciante che crescono a poco a poco nel protagonista che si trova di fronte all’ignoto.

Obiettivo di Lovecraft era quello di trasmettere una sensazione di disagio e ansia crescenti, mettere il lettore di fronte a orrori non dettagliatamente descritti e chiaramente identificabili, ma che nascono surrettiziamente dal proprio animo, perché legati a qualcosa di atavico. Consapevole della difficoltà a creare tale sensazione – oltre che di rendere le proprie impressioni e stimoli una volta trascritti – l’autore riesce però a rendere bene l’idea di ciò che provano i suoi personaggi. Se a me le sue storie non hanno mai davvero spaventato – anzi, a volte mi hanno fatto sorridere per l’ingenuità dei protagonisti – lo stato d’animo di chi vive quegli eventi misteriosi è dettagliatamente ed efficacemente rappresentato.

L’idea di realtà diverse dalla nostra e l’uso di paure arcaiche e recondite trovano l’apice nel “ciclo di Cthulhu”, l’insieme di testi che rendono oggi famoso lo scrittore di Providence. Iniziando con qualche riferimento a divinità e mostri di un passato remotissimo, Lovecraft aggiunge – racconto dopo racconto – sempre più dettagli su una “storia alternativa”, su un’epoca in cui queste creature dominavano su razze estinte o su antichi esseri umani, che le adoravano. Sopravvivenze di questi misteriosi culti sono spesso al centro dei suoi racconti, nei quali il confine tra passato e presente, tra mondo alieno e terrestre o tra magia oscura e realtà presenta delle brecce che rischiano di mettere in pericolo il mondo… o almeno la salute mentale e la salvezza dei protagonisti. Oltre ai numerosi riferimenti al dio tentacolare Cthulhu, si fa spesso menzione del libro Necronomicon, scritto da un arabo pazzo, o ad altri testi antichissimi e misteriosi, che solo certi iniziati e studiosi possono decifrare. Inoltre, Lovecraft si diverte a inserire anche creature di suoi colleghi scrittori, i quali a loro volta hanno utilizzato il mythos dell’amico nelle loro opere.

Lo sfondo nuvoloso in fermento e quasi luminoso insinuava l’ineffabile immagine di un altrove incerto ed etereo molto più vicino al vuoto cosmico che alla terra, e forniva un ammonimento spaventoso della distanza assoluta, dell’isolamento, della desolazione e della morte eterna di quel mondo australe smisurato e solitario.
[Le montagne della follia]

Non lo nascondo: non tutti gli scritti mi sono piaciuti e credo che l’autore – lo dico ben sapendo che ha una nutrita schiera di fan, che spero mi perdonino – abbia alcuni difetti. In particolare, l’ho preferito all’opera su testi brevi piuttosto che su romanzi. I tanto declamati Le montagne della follia e Il tumulo, mi sono parsi troppo prolissi e surreali. Finché, infatti, Lovecraft inizia a descrivere la situazione in cui si trovano i personaggi, accennando a misteri e paure, la lettura è avvincente. Ma quando si mette a raccontare storie lunghissime su un passato remoto, con vicende improbabili di creature mostruose che una volta abitavano la Terra, diventa tedioso e anche piuttosto surreale, lasciando che una fantasia sfrenata faccia venire meno l’efficacia di una narrazione tesa e basata su accenni e dubbi piuttosto che su verità lungamente descritte.
Tra tutte le opere “lunghe” la mia preferita è La maschera di Innsmouth perché, pur non mancando elementi particolarmente fantasiosi, riesce a partire in sordina con timori e tensione crescenti, per poi passare ad inseguimenti adrenalinici, il tutto restando nell’alveo del suo mythos.

Quanto ai difetti stilistici, devo sottolineare un certo abuso di alcune espressioni. Se a volte Lovecraft si perde in dettagliate quanto noiosette descrizioni, altre volte vuole lasciare tutto appena accennato, di modo che sia la fantasia del lettore a dare corpo alle sue paure e mostruosità. Peccato che finisca con l’usare sempre locuzioni quali “orrore indicibile”, “culti innominabili” o “riti blasfemi”; ciò che è anomalo è semplicemente “malvagio”, “disgustoso” o… “strano”, ma a volte non si capisce perché dovrebbe esserlo o come possa esserlo; certe creature sono poco o nulla descritte, se siamo fortunati sono “fungiformi”, molto spesso sono semplicemente “la cosa”, forse il termine preferito in assoluto dall’autore.

Come dicevo, lo scrittore dà – per me – il meglio di sé in racconti brevi e incisivi. Quasi mai il colpo di scena finale è una vera sorpresa o rivelazione. Anzi, spesso la spiegazione al mistero è telefonatissima – almeno per un lettore odierno – ma quello che piace è il modo in cui ci si arriva, come il protagonista vede l’orrore crescere a poco a poco, quasi sempre fatica a convincersi di ciò cui assiste, magari rischia la vita. Le storie più riuscite non sono necessariamente quelle appartenenti a un ciclo, anzi. Tra i racconti che ho trovato più efficaci, segnalo L’estraneo, vera chicca gotica resa in poche pagine. Altro esempio quasi “da manuale” dello stile lovecraftiano è La cripta, che mi è parso avere una certa affinità con la narrativa precedente. Anche Il modello di Pickman è un classico esempio di storia à-la-Lovecraft, dato che presenta molte delle caratteristiche di cui ho parlato in questo post; inoltre, ad esso si allude anche in altre storie, rafforzando l’idea – cara all’autore – di un New England “alternativo”, pervaso da forze oscure e misteriose.
H. P. L. scriveva spesso per altri aspiranti autori. Quelle che lui definiva “revisioni” spesso erano vere e proprie riscritture e in vari casi dietro al racconto c’è quasi interamente la sua mano, che pure non ne ricevette il giusto credito. Alcuni risultati riusciti si hanno anche tra questa produzione per conto di terzi, ad esempio a me è piaciuto L’abbraccio di Medusa.

Pur prediligendo la narrativa orrorifica, si dedicò anche ad altri generi, sebbene in misura molto ridotta e con risultati modesti. Eppure, mi viene da consigliare due di queste produzioni. La prima è La dolce Ermengarda, storiella comica che fa il verso alle opere romantiche dell’epoca e che mi ha particolarmente sorpreso. La seconda è Tra le mura di Eryx, unico esempio di fantascienza “pura” che, pur non essendo eccezionale, è un buon risultato per essere la sola prova di Lovecraft in tale ambito.

Non posso perlomeno accennare a una questione spinosa, ovvero il razzismo di Lovecraft. Pur dovendosi contestualizzare (si abusa molto di questo termine, vero?), certe sue opinioni e descrizioni risultano oggi piuttosto offensive. Nella maggior parte delle sue opere questo elemento non si nota o è solo accennato, ma non mancano casi in cui l’ideologia fa capolino nella narrazione. Per lui, amante del New England pre-rivoluzionario dei coloni inglesi, le metropoli moderne sono fredde, caotiche, sporche, e la multietnicità è un elemento di questo degrado. Si possono trovare italiani e polacchi superstiziosi e orientali dediti a riti demoniaci; non è raro che “i popoli non civilizzati” siano più vicini a quei culti misteriosi, antichi e innominabili di cui parla nel ciclo di Cthulhu. Dai racconti traspare la nostalgia per il passato più agricolo e l’architettura georgiana – rispettabilissima – affiancata però al timore per l’imbastardimento della società, con tutte le sfumature che tale idea può assumere.

Lovecraft fu senza dubbio un autore innovativo che, pur attingendo ampiamente da scrittori precedenti o contemporanei, fu capace di inserire elementi suoi propri di indubbia originalità che hanno fatto sì che la sua fama – perlopiù postuma – perdurasse fino a oggi. Tuttavia, a rischio di essere additato come profano ignorante, non posso fare a meno di dire che mi pare un po’ sopravvalutato. Molti suoi racconti sono eccessivamente surreali e, come dicevo, colpi di scena veri e propri non ce ne sono (e dobbiamo considerare che si tratta di un autore il cui obiettivo era far crescere la tensione fino alla rivelazione finale), sebbene per me quest’ultimo non sia un vero difetto. Della sua produzione sterminata considero mediocri diversi testi, ma nondimeno apprezzo l’idea di creare una storia e una geografia “alternative”, con continui rimandi tra racconti, anche di cicli differenti. Non credo, insomma, che valga la pena leggere la sua opera omnia – a meno di scoprirsi veri appassionati – ma consiglio di “fare la sua conoscenza”.
Le mie preferenze, ovviamente, non sono verità assolute e consiglio chi ancora non abbia preso in mano H. P. L. di farsi un’idea sui siti di appassionati.

Voi cosa ne pensate?

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2 risposte a LIBRI: L’orrore indescrivibile di H. P. Lovecraft

  1. Daniele Artioli ha detto:

    Ho un’opinione un po’ complicata su Lovecraft, perché se da un lato trovo affascinante da morire la cosmogonia che ha costruito e la sua idea di orrore cosmico, dall’altro il suo stile non mi piace quasi per niente e alla lunga mi annoia. Proprio come hai scritto, nei racconti brevi, fulminanti, dà il suo meglio ed è perfetto (uno dei miei preferiti era Nyarlatotep, che dura pochissime pagine e mi aveva davvero colpito), ma appena la storia si fa più lunga, aiuto!
    E’ innegabile l’influenza che ha avuto su chiunque sia venuto dopo di lui, ma io preferisco un orrore alla Poe.

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  2. Baylee ha detto:

    Anch’io ho questa edizione ed è ancora lì che aspetta di essere letta, perché Lovecraft è famoso – almeno nella mia cerchia/bolla – per essere sì uno dei capisaldi dell’horror, ma per essere piuttosto pallosetto quando ci si mette. Anche tu mi confermi questa cosa, quindi mi sa che Lovecraft rimarrà parcheggiato per un altro po’.

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