TOP10: Disabilità ed epica

Slitto il consueto appuntamento del sabato a oggi per far coincidere questo articolo con la Giornata internazionale delle persone con disabilità. Dal momento che nel blog parlo relativamente spesso di narrativa epica, mi sono detto: perché non approfittare della ricorrenza per proporre come il tema della disabilità è stato proposto in questo genere? Ho pensato fosse un argomento abbastanza originale per rendere omaggio a chi vive in prima persona le difficoltà legate a un qualche problema fisico…
Ecco, quindi, dieci personaggi con disabilità che compaiono in opere epiche che ho letto.
Va detto che in passato la sensibilità verso certi temi era pressoché nulla, quindi non ci si può aspettare che vengano trattati come faremmo oggi. Anzi, non è raro che una qualche menomazione fosse vista come un limite alle proprie capacità o all’esercizio del comando, perché magari impediva di essere guerrieri o era ritenuta una punizione divina. Possono esserci varie casistiche. Resta però interessante come, qua e là, abbiano comunque fatto capolino personaggi con disabilità in un genere che si ritiene esalti la perfezione fisica.



1) Dhritarashtra
Nel poema epico Mahabharata, quasi certamente il più importante del subcontinente indiano, Dhritarashtra è il re della stirpe dei Kaurava. Questi ultimi sono i cattivi della storia, ma il personaggio in questione non è realmente negativo. Nato cieco, ha però la forza di centomila elefanti [sic] e può rompere il ferro a mani nude.

Tuttavia, non è in grado di combattere per via della sua disabilità e, sempre per tale ragione, gli viene preferito il fratellastro Pandu come re di Hastinapura. La questione ereditaria è alla base di tutti i casini che avvengono nel poema, perché, in seguito al ritiro di Pandu, è Dhritarashtra a salire al trono, sennonché il figlio maggiore del primo – pur non intendendo far abdicare il nostro – gli chiede di essere nominato erede. Non sto a tediarvi con il resto della trama, ma sappiate che Dhritarashtra, pur non potendo definirsi propriamente puro e perfettamente rispettoso del karma, mostra un carattere giusto e leale, discostandosi dalle azioni del suo primogenito, il vero “cattivo” del poema. Il nostro ha avuto cento figli e una figlia dalla moglie (e un figlio da una ancella della moglie): la consorte decide di portare per tutta la vita una fascia sugli occhi per vivere nelle stesse condizioni del marito.

2) Ashtavakra
Anche questo è un personaggio della cultura indiana, citato nei poemi epici Mahabharata e Ramayana. Era così saggio che, ancora nel grembo materno, imparò i Veda. Quando il padre fece un errore nella loro recitazione, lui lo corresse. Il genitore, adirato, maledisse il feto, che nacque con otto deformità fisiche. Quando poi il padre perse una sfida dialettico/dottrinale e venne “immerso” nel fiume, a soli dieci anni si recò dal sovrano che aveva reso possibile tale supplizio. Con la sua sapienza, sconfisse verbalmente i dotti bramini della corte e ottenne la liberazione del padre e di tutti gli altri che erano “immersi”. Il genitore, allora, lo fece a sua volta bagnare nel fiume Samanga e le sue deformità guarirono. Sebbene nella realtà un finale così positivo sia pressoché impossibile, è bello vedere come la storia trasmetta l’idea che sapienza e rettitudine possano celarsi dietro le più evidenti debolezze fisiche (non è sempre stato un concetto così scontato).

3) Tiresia
Indovino della mitologia greca, compare in diverse opere classiche, inclusi due poemi epici: l’Odissea di Omero e le Metamorfosi di Ovidio, oltre a essere citato nella Divina Commedia di Dante e in Terra desolata di T. S. Elliot. Di lui, però, sappiamo varie cose anche da opere teatrali di Sofocle, ma era già comparso negli scritti di Esiodo, di cui ci resta un frammento. Come Dhritarashtra, anche lui è cieco, sebbene sul motivo della sua disabilità ci siano varie versioni. La più divertente è forse quella che lo vede trasformato in donna per una settimana e poi tornato uomo e, interrogato da Zeus ed Era su quale dei due generi provi più piacere durante il sesso, abbia risposto “la donna nove volte più dell’uomo”; Era non la prese bene e lo rese cieco. Forse, però, la perdita della vista lo ha reso più adatto a profetizzare e a “vedere” il futuro. Consultato da Odisseo quando scese negli inferi, dimostrò di sapere ancora il fatto suo benché solo ombra nell’Erebo.

4) Egil
Eroe della tradizione nordico-vichinga, è protagonista della Saga di Egil il monco, edita anche in italiano. Più correttamente, il suo nomignolo era “Una-mano” (einhenda).
Scavezzacollo, perfino arrogante, se ne andava in giro con una gang di amici facendo spacconate. Per “fortuna” si riuscì a incanalare questo ardore verso gesta eroiche da guerriero. Da ragazzino, fu prigioniero per anni di un gigante, che lo costrinse a indossare pesanti ceppi di metallo per evitarne la fuga. Con uno stratagemma che richiama quello di Ulisse – indossare la pelle di una capra e accecare il gigante – riuscì a sconfiggere il mostro e a fuggire, rimettendoci però un orecchio. Salito a bordo di una nave vichinga, si diede alle razzie e, durante uno dei viaggi, si immischiò ancora in faccende da giganti, perdendoci stavolta una mano. La sua generosità verso un nano, però, gli valse la guarigione della ferita. Inoltre, egli fissò una spada al moncherino del guerriero, che così poteva combattere come se avesse ancora la mano. Seguiranno numerose altre avventure, compreso un triplice duello con un altro vichingo che diventerà suo amico. La storia ci insegna a non rompere le palle ai giganti e a non scherzare con i vichinghi, che anche con una mano in meno sanno smazzolare molto bene.

5) Ívarr Ragnarsson
Comparso nella Saga di Ragnarr, è detto “il Senz’ossa” (beinlausi). Si tratta di un personaggio storicamente esistito, sul quale gli studiosi si sono interrogati, formulando varie ipotesi per il suo soprannome; tra queste, quella che lo vuole impotente o che si voglia alludere al serpente. Non sono mancate ipotesi mediche, la più credibile delle quali lo vuole vittima di osteogenesi imperfetta. Per quanto riguarda il personaggio letterario, però, non ci sono dubbi sul fatto che il nomignolo gli derivi da una disabilità. Infatti, viene detto che non aveva ossa, ma solo cartilagini: ciò, ovviamente, non è possibile, ma ben si abbina all’ipotesi medica di cui sopra. Non è in grado di camminare autonomamente, ma sa andare a cavallo e tirare con l’arco (piuttosto bene, peraltro). Scopo suo e dei suoi fratelli è quello di vendicare, prima, i fratellastri e, poi, il padre. Quest’ultimo è stato ucciso dal re inglese Ella. Mentre i parenti di Ívarr sono più propensi alle azioni dirette, ai raid anfibi e agli attacchi frontali, lui si serve di blandizie, sotterfugi e astuzia. Alla fine, il risultato gli dà ragione, tanto da permettere a se stesso e ai fratelli di ottenere la desiderata vendetta. Spicca senza dubbio tra i membri della famiglia e si guadagna maggiormente la stima del lettore.

6) Sundiata
Protagonista del poema omonimo, è un eroe del popolo Malinke e fondatore dell’impero del Mali (1235 circa). Figura storicamente esistita (forse?), non se ne conoscono bene le reali imprese, ma è stato immortalato nelle tradizionali storie trasmesse oralmente dai griot, i cantori dell’Africa occidentale. La tradizione vuole che il re suo padre ricevette una profezia secondo la quale, se avesse avuto un figlio da una donna molto brutta, questo sarebbe stato un grande sovrano. Incontrata Sogolon, fisicamente orrenda e con la gobba, decide di fidarsi della profezia ed è così che nasce Sundiata. Da bambino, è incapace di camminare, tanto che la matrigna e il fratellastro lo deridono per questo – oltre a temerlo perché il re l’ha designato come erede. Non è ben chiaro a cosa sia dovuto questo impedimento del ragazzino. Un giorno, però, dopo l’ennesima offesa a sua madre, va da un fabbro e gli chiede di forgiare un bastone di ferro da usare per ergersi in piedi. Nel tentativo di alzarsi, spezza l’asta metallica. Utilizzando un ramo di baobab e con uno sforzo sovrumano, riesce infine a sollevarsi e camminare. Anche in questo caso, abbiamo un lieto fine che contrasta con la dura realtà, ma si tratta perlomeno di un invito a non disprezzare o deridere chi possiede delle difficoltà fisiche.

7) Beren
In realtà non so se lui può rientrare nell’elenco, dal momento che vive la maggior parte delle sue avventure quando ancora non è disabile, ma spero mi perdoniate. In ogni caso, si tratta di un personaggio creato da Tolkien per Arda, il suo mondo fantasy. Di conseguenza, compare nel poema epico The Lay of Leithian. I fan sapranno già che Beren è famoso per il suo amore ricambiato per l’elfa/maia Lúthien. Per ottenere dal padre di lei il permesso di frequentarla, doveva sottrarre un Silmaril dalla corona di Morgoth. La coppia riuscì nell’impresa, ma lui ci rimise una mano a causa del lupo Carcharoth e da allora fu noto come “il Monco” (Erchamion). Combatté ancora contro la creatura, morì, ma venne riportato in vita per intercessione di Lúthien. Da lì in poi, la coppia visse tranquillamente una vita che definirei agreste e pastorale. All’uccisione del suocero, prese parte alla lotta contro i nani responsabili (che avevano pure rubato il Silmaril e stavano devastando la regione). Quando morì, Lúthien seguì il suo stesso destino, il destino degli uomini. Sono tra i miei personaggi preferiti di Tolkien, e anche tra i preferiti di Tolkien stesso.


Extra: divinità
Non ho messo gli dei nella lista precedente perché, sebbene possano anche essere disabili, non penso si possa propriamente dire che incorrono nelle stesse difficoltà che queste comportano per i comuni mortali. Ho pensato però di citarli in chiusura, perché mi pare comunque interessante che nella storia si siano attribuite disabilità anche a loro.

1) Vamana
Si tratta di uno dei dieci avatara (incarnazioni) principali del dio Vishnu nella religione induista. In questa forma, la divinità assume le sembianze di un nano e nasce come figlio della dea che personifica l’infinito e di un grande sapiente. Il motivo della sua apparizione è restaurare il dominio di Indra e delle divinità sul mondo, in mano a Bali e ai suoi demoni asura. Ci riesce chiedendo come dono per sé tutta la terra che riuscirà a percorrere in tre passi: trasformandosi in gigante, con quei tre passi coprirà l’intero universo. Ovviamente è piuttosto atipico come personaggio “disabile”, ma mi pareva carino inserirlo, soprattutto perché – contrariamente che in tante altre storie e culture – la figura del nano è vista come positiva. Anzi, una delle interpretazioni vuole che la piccolezza della statura sia simbolica per celare la grandezza della mente. Sul reale significato e le allegorie della storia di Vamana sono state formulare tantissime ipotesi, che non riporto e che dopotutto non conosco. Il personaggio compare in numerosi testi induisti (veda e purana, ad esempio) e – per quello che ci riguarda – è citato nei poemi Mahabharata e Ramayana.

2) Efesto
Il dio greco del fuoco e della metallurgia – identificato dai romani con Vulcano – è un perfetto esempio di quanto asserivo all’inizio circa la visione degli antichi sulla disabilità. Noto per essere storpio, viene spesso descritto come brutto e – più o meno indirettamente – sessualmente incapace o comunque poco attivo. Questo per via del fatto che avere un problema fisico era visto come negativo e si riteneva si ripercuotesse anche sugli altri aspetti della vita. Che è vero, eh! Ci mancherebbe che sminuissi le difficoltà… Tuttavia, a ciò venivano aggiunti valori negativi che minavano la dignità del soggetto, come nel caso di Efesto che era appunto poco piacente e veniva sbeffeggiato perché sua moglie andava con un altro dio. Eppure, spesso non si poteva fare a meno di legare comunque la persona disabile a qualità positive: un più o meno consapevole riconoscimento delle potenzialità di qualunque individuo, a prescindere dalle sue condizioni fisiche? Nel caso dei greci, attribuirono al dio notevoli capacità manuali e artistiche: sapeva infatti forgiare le armi più potenti e belle per dei ed eroi. Un poemetto, Lo scudo di Eracle, presenta una lunghissima descrizione di una di tali opere.

3) Odino
Per concludere, il padre degli dei nordici – privo di un occhio – non poteva non comparire nella mia lista. Esempio massimo di saggezza, è quasi sicuramente il più enigmatico e sfaccettato del pantheon norreno. Mutaforma, non è raro che nelle storie si travesta da viandante – spesso anziano – portando conoscenza, sfidando sovrani e giganti in gare di indovinelli o indirizzando sottilmente un eroe verso la soluzione ai suoi problemi. Caso piuttosto raro, la sua disabilità è auto-inflitta, il prezzo che scelse di pagare per ottenere la conoscenza: bere al pozzo di Mimir, situato ai piedi di Yggdrasil, l’albero del mondo, avrebbe fornito enorme saggezza, ma il suo guardiano chiese un occhio in cambio del sorso d’acqua. Simbolicamente, Odino scelse di rinunciare alla vista per una visione più vasta e profonda. Da sempre, infatti, conoscenza e vista sono considerati legati: chi vede molte cose, conosce anche tante cose. Sono contento che la lista termini con questo personaggio, perché è un chiaro esempio della necessità di guardare oltre le apparenze: in questo caso, oltre la disabilità fisica, per conoscere la “vera persona” che si cela dietro.

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4 risposte a TOP10: Disabilità ed epica

  1. Sam Simon ha detto:

    Molto interessante ed originale il tuo post, un bel modo di marcare questa ricorrenza!

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  2. Paola ha detto:

    Molto interessante la prospettiva con cui hai affrontato il tema!

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  3. Con l’epica sfondi una porta aperta per quanto mi riguarda! Interessante disamina letteraria, mi associo ai complimenti 🙂

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