LIBRI: Robert Southey, autore “dimenticato”

Appartenente al gruppo dei Lake Poets, Southey (1774-1843) ebbe però meno fama dei colleghi Wordsworth e Coleridge, e ancora oggi è decisamente meno noto. Forse le sue opere non sono quei capolavori stilistici profusi da altri poeti suoi contemporanei, ma rimane un autore che ritengo non meriti di essere ignorato del tutto. Il corpus delle sue opere è davvero consistente, qui mi limito a parlare dei suoi cinque (!) poemi epici, cercando di non dilungarmi troppo.

Southey 05Joan of Arc (1797)
La vita di questo personaggio è senza dubbio un ottimo materiale per una simile forma narrativa. L’autore sceglie di soffermarsi sul breve periodo intercorso tra l’arrivo della pucelle presso il re di Francia e la conquista di Orleans. Molti critici stroncarono l’opera, ritenendo l’autore grossolano, pretenzioso e poco efficace. Credo di aver colto, in effetti, uno stile ancora un po’ grezzo e un’esposizione degli eventi non del tutto coinvolgente. Tuttavia, non ritengo neppure Joan of Arc un prodottaccio inqualificabile. Forse il difetto principale è un’eccessiva lunghezza, un protrarsi per troppi versi di alcune vicende che avrebbero richiesto una maggiore snellezza. In ogni caso non si è trattato di una lettura realmente pesante o faticosa.
Il personaggio di Giovanna d’Arco è sfaccettato, misterioso, mai del tutto conosciuto e compreso. Southey ne dà una possibile interpretazione e ce ne mostra una possibile ricostruzione, non peggiore né migliore di tante che si sono susseguite. Inoltre fa sfoggio di un punto di vista coraggioso e di una visione politica non mainstream, sostenendo apertamente che gli inglesi fossero dalla parte del torto e non celando la sua avversione per le tirannie (ricordo che l’opera fu scritta in piena Rivoluzione francese).
L’autore rimaneggiò parecchio il poema, eliminando dalla seconda edizione in poi gli elementi più sovrannaturali, che probabilmente erano quelli che più ricordavano l’epica tradizionale (penso al topos del viaggio nel mondo infero, che qui è richiamato e rielaborato). Tali parti vennero poi aggiunte in appendice con il titolo “The Vision of the Maid of Orleans“.

La tomba non è che la soglia dell’eternità.

Southey 01

Oh, le copertine più recenti per i libri di Southey fanno così pena che vi propino una di quelle d’epoca (anche perché le edizioni nuove sono in genere riproduzioni delle vecchie).

Thalaba the Destroyer (1801)
Si tratta di una storia in stile “Mille e una Notte”, ambientata in Medio Oriente, e vede per protagonista un arabo la cui famiglia viene sterminata da un clan di stregoni quando lui è bambino, perché è stato vaticinato che da essa verrà un Distruttore che porrà fine alla loro esistenza e alle loro malvagità.
Benché forse, come riportavo all’inizio, Southey non sia reputato un genio poetico, nondimeno ha secondo me una grande capacità di intrattenimento: il poema è avvincente, pare un romanzo d’avventura fiabesco con in più il tono enfatico tipico delle gesta eroiche. Si viene trasportati negli ambienti esotici dell’Arabia e della Mesopotamia e assistiamo al conflitto tra personaggi buoni, fedeli a Dio ed eroici, e meschini stregoni malvagi, che si servono di malefici pagani per il proprio tornaconto. Una stereotipizzazione che ricorda quella delle storie antiche e ben si presta ad un poema epico, dove il bene e il male devono inevitabilmente confliggere, senza dimenticarci i temi della redenzione e della ricompensa finale.

 

Southey 02

Ritratto dell’ipotetico Madoc

Madoc (1805)
Pensato e realizzato in un arco di tempo molto lungo, questo poema vede per protagonista un leggendario principe del Galles vissuto nella seconda metà del XII secolo, di cui si dice che abbia raggiunto l’America. L’opera si compone di due parti: la prima (Madoc in Wales), parla dell’eroe che torna in patria, riferisce le sue avventure oltreoceano e cerca compagni per ingrandire la sua colonia nel Nuovo Mondo; la seconda (Madoc in Aztlan) riporta le peripezie del principe contro gli Aztechi, allora stanziati molto più a nord di dove li avrebbero poi incontrati gli spagnoli. Pur essendo ovviamente la seconda la parte più originale e interessante, non mi sarebbe dispiaciuto vedere un maggior spazio dedicato alle vicende in Galles, tanto più che esso era allora attraversato – come riferito nello stesso poema – da profondi dissidi interni e contro i sassoni. Tuttavia Madoc è una sorta di avventura in versi, che non ha mancato di affascinarmi e che si legge in maniera molto spedita. Forse Southey non era un poeta eccellente, ma era a mio avviso un abile intrattenitore.

Southey 03

Ho dovuto pescare questa immagine conservata al British Museum… rendetevi conto.

The Curse of Kehama (1810)
Nell’India dei tempi che furono, abbiamo un contadino, Ladurlad, con una figlia piuttosto bella, Kailyal; e abbiamo un principe malvagio, Arvalan, che viene ucciso dal contadino per proteggere la figlia. Peccato che il principe abbia un padre, Kehama, fortissimo e malvagissimo: uomo più potente della Terra, signore di un regno sconfinato, esperto di magia e in grado di terrorizzare gli dei, bramoso di diventare egli stesso un dio bevendo il nettare Amreeta. Kehama maledice Ladurlad, destinandolo ad essere schifato dalla natura: fuoco, acqua, terra, non lo toccheranno più, non potrà più dormire e percepirà sempre un calore interno che lo farà soffrire. Senza saperlo, però, tale maledizione renderà l’uomo anche in grado di compiere imprese per altri impossibili.
Il poema presenta, a differenza dei precedenti, delle rime libere, che gli danno un tono più epico e maggiore sonorità. Al tempo stesso, è più descrittivo e incentrato su concetti morali, meno denso di azione. Pur con queste diversità, è un testo affascinante come gli altri e devo dire che, per non essersi mai mosso dall’Europa, Southey riesce a rendere piuttosto bene lo stile e il sapore dei racconti e dei poemi induisti. Proprio come in questi ultimi, uomini, divinità e demoni interagiscono sovente e si fa ampio sfoggio di dialoghi ricchi di pathos e intrisi di concetti religiosi.

Southey 04

La battaglia di Guadalete, in cui si ritiene che il Rodrigo storico abbia trovato la morte.

Roderick, the Last of the Goths (1814)
L’ultimo e, quasi certamente, quello stilisticamente più valido, questo poema venne scritto dopo aver assistito all’occupazione francese (napoleonica) della Spagna. Vi si riscontra, quindi, una forte critica nei confronti degli eserciti invasori, che qui sono rappresentati dai “mori” che conquistarono la penisola iberica nell’VIII secolo. Il protagonista è l’ultimo sovrano visigoto, Roderick (Rodrigo), creduto morto in battaglia ma ancora vivo e intenzionato ad espiare i propri peccati e le proprie colpe: ha infatti “violato” la figlia di un nobile spagnolo. Nell’appoggio a Pelayo, futuro primo re di Spagna, troverà l’occasione per redimersi.
Inizialmente si rimane spiazzati dall’elenco piuttosto lungo di personaggi, ma nel corso della lettura ci si riesce bene o male a districare. Come opera forse non ha la stessa verve avventurosa delle precedenti, ma presenta una buona analisi del dramma interiore del protagonista e una giusta dose di enfasi nel mostrare l’orgoglio “patriottico” degli invasi e la loro volontà di non piegarsi alle armate musulmane. Probabilmente oggi il politically correct non consentirebbe la pubblicazione di un simile poema (ma in realtà a frenarla basta l’inesistente mercato editoriale per questo tipo di opere, i poemi epici). Tuttavia rimane un chiaro esempio di avversione a qualsiasi forma di tirannia e persecuzione.

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Una risposta a LIBRI: Robert Southey, autore “dimenticato”

  1. The Butcher ha detto:

    Un articolo molto interessante e approfondito. Ti ringrazio per avermi fatto conoscere un autore così poco conosciuto ma comunque bravo.

    Piace a 1 persona

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