LIBRI: La satira sociale di Samuel Butler

Famoso scrittore vittoriano iconoclasta, non ha però prodotto un quantitativo esagerato di romanzi e opere di fiction. Tuttavia è rimasto celebre per i suoi libri in cui effettuava una mordace critica alla società e ai suoi valori servendosi di un luogo immaginario di nome Erewhon (Nowhere?). Di lui ho letto tre romanzi, quelli quasi certamente più celebri.

Butler 01Erewhon (Erewhon: or, Over the Range, 1872)
La storia inizia come libro d’avventura ed è presente più di un richiamo all’esperienza svolta realmente dall’autore in Nuova Zelanda come bracciante agricolo e mandriano. Per questo motivo, pur non essendo specificato dove si trovi Erewhon, l’ho sempre immaginato simile all’Isola Sud di tale Paese. Molto interessante e avvincente è l’esplorazione del protagonista in cerca di nuovi pascoli e magari anche miniere, ma il ritmo dei primi capitoli si perde inevitabilmente in seguito, quando il giovane raggiunge appunto Erewhon e ne conosce la società. Questo perché, come Butler stesso ammise, il suo intento era scrivere un’opera filosofica, di critica sociale, non un romanzo d’avventura. Nondimeno, il libro è piuttosto interessante e a tratti anche decisamente divertente, sia volontariamente che non. L’autore, che studiò e viaggiò in Italia, fa più di un riferimento a questo Paese e al suo popolo, con uscite a volte infelici ma divertentissime:

“Sembrano essere cinque o seicento anni indietro rispetto all’Europa nelle loro invenzioni; ma questo accade anche in numerosi villaggi italiani”.

E poi salta fuori la più bella citazione di tutte:

“Eviterò al lettore qualsiasi descrizione della città, e lo invito solo a pensare a Domodossola o Faido”.

MA CHE-?! Al di là di questo, non mancano gli spunti di riflessione, sulla religione, la giustizia, l’ipocrisia… una valida lettura.

Butler 02Ritorno in Erewhon (Erewhon Revisited Twenty Years Later, Both by the Original Discoverer of the Country and by His Son, 1901)
Questo è, come appare evidente fin dal titolo, il sequel del libro precedente. Il protagonista, cui stavolta vengono dati un nome e un cognome, torna nel Paese misterioso che aveva scoperto, ma lo fa vent’anni dopo, quando ormai ha una famiglia e una vita ben avviata in Inghilterra. A proposito del romanzo, The Cambridge History of English and American Literature dice: “Has less of the free imaginative play of its predecessor… but, in sharp brilliance of wit and criticism, in intellectual unity and coherence, it surpasses Erewhon”. Ritengo di trovarmi d’accordo. Non è una lettura avvincente come l’altra, che pur avendo numerosi passaggi meramente filosofici, presentava parti descrittive e narrative interessanti. Tuttavia, come analisi sulla nascita dei movimenti religiosi, raggiunge un livello di studio sociale ineguagliato nel primo romanzo. Lo stile è semplice, quasi didascalico (troppo?), come ad imitare quello di qualcuno che non è realmente uno scrittore, come è in effetti il caso del narratore.

Butler 03Così muore la carne, tradotto anche con Tutti si muore (The Way of All Flesh, scritto tra 1873 e 1884, pubblicato nel 1903)
Romanzo con parecchi elementi autobiografici, è la lunga storia dei Pontifex narrata da un amico di famiglia (o ex-vicino di casa, o buon conoscente che dir si voglia). Parlando di quattro generazioni di Pontifex, si sofferma in particolare sulle ultime due e fa dell’ultima, incarnata da Ernest Pontifex, la protagonista del libro. Ed è interessante che Ernest venga ripetutamente definito “il mio eroe”; questo perché, a mio avviso, Butler ha voluto esprimere con tale parola sia che lui è il protagonista, sia che è – nonostante tutto – davvero un eroe; è un eroe perché, come tutti, ha alti e bassi, tragedie e (piccole) gioie, è un misero, un meschino, come chiunque, e proprio per questo maggiormente degno di rispetto e ammirazione.
Si tratta di un’opera fortemente satirica e critica della morale vittoriana, inclusi alcuni suoi capisaldi quali la Chiesa (anglicana in particolar modo) e la famiglia. Questo è il motivo per cui tra la stesura e la pubblicazione del volume passarono così tanti anni, dato che l’autore temeva di scatenare reazioni troppo negative nel pubblico.
Il libro, pur abbastanza lungo e un po’ prolisso in certi passaggi, non è privo di elementi degni di nota: la satira sa essere davvero pungente, soprattutto in alcune parti, risultando amaramente comica e induce senza dubbio a riflettere sulla validità di alcune convenzioni sociali che secondo me ancora oggi, dopo oltre un secolo, non sono morte del tutto. Un paio di esempi di stoccata all’importanza della famiglia, dell’affetto genitori/figli e del matrimonio:

“Per me è stato come un figlio e più di un figlio; a volte temo – per esempio quando gli parlo dei suoi libri – che potrei essere stato per lui un padre più di quanto avrei dovuto; se l’ho fatto, spero mi abbia perdonato”

“Le amicizie di un uomo sono, come la sua volontà, rese nulle dal matrimonio”.

Non manca un certo pessimismo, come quando l’autore sentenzia

“Il massimo che si possa dire è che siamo discretamente felici fino a quando non siamo distintamente consapevoli di essere tristi”.

Oppure, si veda quest’altro passaggio:

“Per tutta la nostra vita, ogni giorno e ogni ora, intraprendiamo un processo di adattamento di noi stessi all’ambiente circostante; vivere, infatti, non è altro che questo processo; quando falliamo un po’ siamo stupidi, quando falliamo in maniera flagrante siamo pazzi, quando  sospendiamo il processo temporaneamente è perché dormiamo, quando rinunciamo al processo è perché siamo morti”.

Infine, sapendo che ci sono molti scrittori o aspiranti tali tra i blogger, vi lascio con un’affermazione mordace sul mondo dell’editoria:

“Gli editori sono come le persone che comprano e vendono nel libro dell’Apocalisse; non ce n’è uno che non abbia il marchio della Bestia su di sé”.

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